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LETTERA DA BRUXELLES E se nella ‘guerra’ dei nomi si partisse dall’Eurogruppo?

Nei ‘palazzi’ dell’Unione europea si è sempre più convinti che le candidature di cui si parla oggi per la presidenza della Commissione europea si perderanno per strada. Anche il nome di Tony Blair (laburista) non ha aperto nuovi scenari considerati conclusivi: creerebbe troppi problemi interni a Cameron. Potrebbe profilarsi anche una guida della Commissione a un personaggio di un paese non euro proprio per andare incontro a Londra (emergerebbe la premier danese Helle Thorning-Schmidt, socialdemocratica) a fronte di un presidente della Ue che deve continuare a essere della zona euro per accordo unanime dei Ventotto. Per quanto siano in molti tra i leader a parlare di priorità delle scelte politiche (Cameron, Hollande, Merkel, Renzi, l’olandese Rutte), è del tutto assente o non emerge pubblicamente la discussione vera sulla necessità di innovare le funzioni specifiche dei vari ‘posti’.  Il ‘posto’ per eccellenza sul quale sarebbero utili delle novità è la presidenza dell’Eurogruppo.  Purtroppo non c’è molto appetito per rafforzare il “centro” dell’unione monetaria e il voto europeo non ha certo aiutato.

La cosa certa è che le trattative sui ‘posti’ sono molto tortuose: il pallino dei negoziati è tenuto strettamente in mano da Herman Van Rompuy. È suo il mandato ricevuto dai governi ed è un mandato che – segnalano ai piani alti di Palazzo Justus Lipsius dove ha sede il Consiglio – non viene spartito con la presidenza ‘rotante’ della Ue che cambia ogni sei mesi (adesso la Grecia, dal primo luglio l’Italia) e ha il compito di guidare il Consiglio sulle scelte legislative. Si tratta però di un pallino che i governi devono necessariamente condividere con il Parlamento europeo e qui sta l’aspetto politico più difficile da gestire: da un lato molti leader europei ritengono che l’ondata euroscettica/eurofobica, benchè minoritaria e non in grado di paralizzare il Parlamento europeo, possa essere fronteggiata facendo valere più rudemente gli interessi nazionali (è la linea “battere i pugni sul tavolo” di cui massimi specialisti sono i britannici sia conservatori che laburisti); dall’altro lato rispettare le candidature dell’Europarlamento, cioè dei partiti politici di riferimento, esalterebbe al massimo il ruolo democratico della rappresentanza contribuendo a riavvicinare livello democratico e livello tecnocratico, che nella vulgata corrente viene considerato il vero potere europeo. È uno dei paradossi della situazione: capita che chi vuole una Unione europea più legittimata rifiuti di seguire le indicazioni dell’unico organismo di cui fanno parte deputati eletti direttamente dai cittadini. Il no britannico a Jean Claude Juncker, in ogni caso, dipende da un fatto semplicissimo: il lussemburghese è considerato un pericoloso europeista.

Il ‘pallino’ del negoziato, però, è conteso anche tra diversi gruppi di paesi. Il 9 giugno si vedranno a Stoccolma invitati dal premier Reinfeldt Merkel, Cameron, l’olandese Rutte. Matteo Renzi ha proposto un documento comune sui criteri per le nomine ai vertici Ue tra alcuni paesi e la notizia è uscita da parte italiana al termine degli incontri bilaterali con Cameron e Merkel. Non è chiaro se i leader britannico e tedesco sono d’accordo: se così fosse l’avrebbero detto. Per Renzi è un modo per inserirsi tra quelli che ‘danno le carte’ e ne ha tutti i diritti non tanto perché sarà presidente della Ue da luglio, ma perché è uno dei pochi ad aver vinto le elezioni contrapponendosi con successo all’ondata di antieuropeismo.

Tra le nomine (oltre al presidente della Commissione il ruolo di “ministro” degli esteri che della Commissione fa parte e a fine anno il posto di Van Rompuy) quella dell’Eurogruppo non è di prima battuta. L’olandese Jeroen Dijsselbloem è presidente da gennaio 2013 e la carica dura due anni e mezzo. In teoria se ne dovrebbe parlare tra parecchi mesi. Il problema è che la sua gestione non viene giudicata brillantissima: ha compiuto qualche errore di comunicazione durante la crisi cipriota, ha creato preoccupazione il fatto che sia stato troppo influenzato dal parlamento olandese. In pratica si parla da tempo della sua sostituzione per due motivi. Il primo è che più sono i posti Ue da riempire più è facile trovare un accordo a 28. Il secondo è che uno dei punti deboli dell’intera impalcatura della ‘governance’ economica è la indefinitezza del ‘centro’ rispetto alla forza di proposta e di controllo sul piano tecnico della Commissione europea. In tale contesto è nata l’ipotesi di passare da un presidente scelto tra i ministri dell’economia in carica a un presidente a tempo pieno.

Una vera discussione approfondita su tale prospettiva non è mai avvenuta e nessuno è così ingenuo da pensare che i governi possano decidere una svolta del genere senza pensare alle conseguenze politico-istituzionali: un presidente permanente dell’Eurogruppo costituirebbe un salto di qualità verso la centralizzazione delle politiche di bilancio ed economiche. Comporterebbe un approfondimento della condivisione di responsabilità politiche fondamentali che costituiscono un aspetto centrale della sovranità nazionale (o di quello che ne resta). In soldoni, che cosa farebbe un ‘superministro’ dell’economia se non occuparsi direttamente di ciò che fanno gli altri ministri in carica? Inutile dire che in molti Stati dell’Eurozona su questa prospettiva c’è freddezza se non opposizione. Già la Francia non era calda prima, figuriamoci adesso che il Front National è il primo partito. E poi l’Olanda, la Finlandia.

Nel 2010 Jean Claude Juncker (ha guidato l’Eurogruppo per otto anni) aveva cercato di procedere in quella direzione sostenendo che si dovesse ampliare l’attività dell’organismo non limitandolo alla semplice mediazione tra i governi e alla rappresentanza internazionale dell’unione monetaria e presso il Parlamento europeo. Juncker voleva costituire un segretariato composto da 4-5 alti funzionari per preparare le riunioni. Non se ne fece nulla: Parigi e Madrid lo sostennero, Berlino riteneva che in tal modo l’Eurogruppo avrebbe potuto mettere in discussione l’indipendenza della Bce date le polemiche su chi deve essere responsabile del cambio.

Ora le posizioni sono quasi rovesciate, con la Germania più sensibile alla centralizzazione della ‘governance’ economica nell’Eurozona (a patto di cambiare il Trattato) e la Francia sempre meno disponibile (a meno che non sia sicuramente un francese a dare le carte, nel caso specifico l’ex ministro dell’economia Pierre Moscovici).

Un presidente permanente sarebbe coerente con un’Eurozona in cui gli Stati si impegnano a condurre politiche di bilancio e di riforma strutturale contro un sostegno finanziario europeo o più tempo per raggiungere il pareggio o più margini sulla spesa per investimenti pubblici, secondo il principio più vincoli-più solidarietà europea. Questa sarebbe la nuova frontiera della ‘governance’ economica che l’anno prossimo sarà sottoposta a verifica. Il governo italiano spinge fortemente in questa direzione. Il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble accarezza l’idea di un supercommissario agli affari economici che respinge le leggi finanziarie degli Stati membri se non rispettano norme e impegni europei. E propone una commissione con più superportafogli dei settori più importanti come economia, affari interni, concorrenza, mercato interno, commerci, ambiente-clima, con vice-presidenti responsabili. Tutte premesse di passi ulteriori verso la condivisione di iniziative comuni sul debito, innanzitutto l’emissione di bond tra gruppi di paesi se non a livello dell’intera Eurozona, per finanziare progetti. Da tempo all’Europarlamento si è cominciato a discutere su una configurazione informale di ‘europarlamento’ formato dai deputati dell’Eurozona.

Per ora si tratta di sogni. Restando terra terra, si sa che la Spagna preme per avere come presidente l’attuale ministro delle finanze Luis de Guindos, forte del successo del salvataggio delle banche e delle riforme economiche. Difficile fare previsioni. Improbabile l’incarico a un italiano essendo Mario Draghi alla guida della Bce. All’epoca del negoziato che poi condusse alla nomina di Dijsselbloem all’Eurogruppo, circolò anche l’ipotesi di una presidenza tedesca. Discussione chiusa subito prima che si scatenassero pubblicamente i timori per l’eccesso di potere che avrebbe comportato per la Germania. Ma c’è da chiedersi se un potere esplicito sia più pericoloso di un potere implicito, come quello che di fatto la Germania esercita nell’Eurozona. Proprio questo, invece, potrebbe essere l’inizio della soluzione del problema: un presidente dell’Eurogruppo tedesco potrebbe accelerare la maggiore integrazione dell’Eurozona diminuendo i timori della politica e della società tedesche sulla condivisione di rischi e oneri della moneta comune.